Il gatto Ombra era nato su una nave mercantile che faceva di continuo su e giù per l’oceano. Alcuni marinai superstiziosi credevano che un gatto nero a bordo avrebbe portato guai a non finire, ma il capitano aveva detto loro che erano degli idioti, maledetti idioti, il gatto non era nero bensì blu. Il gatto era nero, beninteso, ma il capitano si era affezionato a quel micio silenzioso e volle salvarlo dall’ignoranza del suo equipaggio. Così, dovendo ridar colore alla coda della sirena sulla prua della nave, si procurò al porto un secchio di vernice blu con l’idea di dipingere il manto lucido del gatto e togliere ogni dubbio ai suoi ingenui uomini. Va detto a questo punto che il capitano aveva una certa velleità artistica e nella sua stretta cabina dipingeva tele un po’ sbavate con la complicità delle onde; spesso, tra tutti quegli uomini poco inclini al romanticismo, si fermava a guardare il tramonto e componeva mentalmente dei sonetti in rima alternata che declamava da ubriaco tra le risate dei commensali.
Da giovane il capitano si era innamorato di una fanciulla che gli aveva tagliato la strada senza degnarlo di un’occhiata. Siccome la fanciulla portava al seguito un facchino carico di bagagli, il capitano gli si era avvicinato e si era offerto di aiutarlo.
“Dov’è che si va?” aveva chiesto, arrossendo sotto lo sguardo curioso del facchino.
“Si va al porto” gli aveva risposto quello e aveva visto l’altro impallidire.
Il capitano si era imbarcato come mozzo senza alcuna esperienza e aveva scoperto solo al largo che si andava in America.
“In America!” aveva ripetuto incredulo, “e che va a fare la signorina fino in America?”
“E che ci va a fare, secondo te?” aveva risposto sprezzante un mozzo appena più grande che si vantava spesso di aver affrontato una tempesta, “Va a raggiungere il suo babbo, no? Va a vivere in una casa con dozzine di stanze, pavimenti di marmo e almeno tre sale da pranzo: e in una di queste c’è un tavolo tanto grande che i camerieri devono salirci sopra per sistemare le portate.” E così dicendo aveva addentato avidamente il suo pane e formaggio.
“Tu come lo sai?” gli aveva chiesto il capitano, ammirando il perfetto equilibrio che l’altro riusciva a mantenere in piedi sul ponte.
“Me l’ha detto lei” aveva mentito quello, “mi ha detto che suo padre è un conte.”
Non c’era a ben vedere una ragione per cui mentisse, si direbbe ch’egli vi era abituato, ecco tutto. In effetti la fanciulla non era che la figlia di un sarto, ma il capitano credette al suo nuovo amico e rinunciò ai tentativi di avvicinarla e rivolgerle la parola; anzi, quando ella compariva sul ponte con un semplice cappello che appariva a suoi occhi molto elegante, si allontanava velocemente deciso a non attirare l’attenzione su di sé. A un giorno dallo sbarco il capitano pensò che non avrebbe mai più rivisto la fanciulla e siccome, l’abbiamo detto, aveva un animo romantico, pensò che se fosse rimasto su quella nave prima o poi l’avrebbe incontrata di nuovo, di ritorno in patria durante una guerra nel Nuovo Mondo, perché sentiva la mancanza delle sue amiche o perché aveva dimenticato in un cassetto quell’anellino a cui teneva tanto.
Così il capitano riverniciò la polena, badando a che sul fondo del secchio restassero tre dita di tintura. Frattanto egli studiava una serie di complicati ghirigori che non fu facile riportare sul pelo del gatto: Ombra continuava a sfuggirgli tra le mani come una saponetta. All’epoca Ombra era un gatto comunissimo, pelliccia a parte, e svolgeva con zelo il compito di acchiappa topi. Rifiutò la promozione a capitano (quando questi perse il senno) e preferì sempre, modestamente, stare sul ponte a guardare la luna con gli occhi chiusi.