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Prima di includervi nel fortunato novero dei poeti imparate a scrivere po’ con l’apostrofo e , indicativo terza persona, con l’accento. Il vuoto di un’idea banale è appesantito come da brutti gioielli se fate uso dei vostri adorati paroloni grossi come buoi.

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Conosci Marcel Proust? Scrittore francese, perdente assoluto: mai fatto un lavoro vero, amori non corrisposti, gay; passa vent’anni a scrivere un libro che quasi nessuno legge, ma è forse il più grande scrittore dopo Shakespeare. Comunque, arrivato alla fine della sua vita, si guarda indietro e conclude che tutti gli anni in cui ha sofferto erano gli anni migliori della sua vita, perché lo hanno reso ciò che era. Gli anni in cui è stato felice, tutti sprecati: non gli hanno insegnato niente. Little Miss Sunshine (via myborderland)

(via esepoidecidodiscrivere)

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Il dottor Živago, Borìs Pasternàk "Una giornata buia come ieri. Fin da stamane pioggia, fango. Guardo dalla finestra la strada. I prigionieri vi si trascinano in fila interminabile. Portano i feriti. Un cannone spara. Spara di nuovo, oggi come ieri, domani come oggi e così ogni giorno e ogni ora." Pensa un po’ che acutezza, che perspicacia! Ma perché invece del cannone, non si stupisce di se stesso, che un giorno dopo l’altro ci continua a bombardare con elenchi, virgole e frasi? Perché non la finisce con questa sparatoria di filantropia giornalistica, frettolosa come i salti di una pulce? Come fa a non capire che è lui e non il cannone che deve essere nuovo e non ripetersi, che dall’accumulare su un taccuino una quantità di sciocchezze non potrà mai nascere un che di sensato, che non essitono fatti finchè l’uomo non ci mette dentro qualcosa di suo, un minimo almeno di libro genio umano, di favola?
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Filastrocca del circo di carta

Filastrocca del circo di carta
dietro le quinte cuce una sarta
cuce tutù e una tuta spaziale
usando colla e un vecchio giornale.

La sarta ha i bottoni al posto degli occhi
quei tre pagliacci son certo un po’ sciocchi
di origami son gli elefanti
e gli spettatori, mica poi tanti.

Tutto si spugna se cade la pioggia
mutàndone subito la forma, la foggia!
Del circo l’unica magia
è che tu lo pieghi e lo porti via.

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La prima vita del gatto Ombra

Il gatto Ombra era nato su una nave mercantile che faceva di continuo su e giù per l’oceano. Alcuni marinai superstiziosi credevano che un gatto nero a bordo avrebbe portato guai a non finire, ma il capitano aveva detto loro che erano degli idioti, maledetti idioti, il gatto non era nero bensì blu. Il gatto era nero, beninteso, ma il capitano si era affezionato a quel micio silenzioso e volle salvarlo dall’ignoranza del suo equipaggio. Così, dovendo ridar colore alla coda della sirena sulla prua della nave, si procurò al porto un secchio di vernice blu con l’idea di dipingere il manto lucido del gatto e togliere ogni dubbio ai suoi ingenui uomini. Va detto a questo punto che il capitano aveva una certa velleità artistica e nella sua stretta cabina dipingeva tele un po’ sbavate con la complicità delle onde; spesso, tra tutti quegli uomini poco inclini al romanticismo, si fermava a guardare il tramonto e componeva mentalmente dei sonetti in rima alternata che declamava da ubriaco tra le risate dei commensali.

Da giovane il capitano si era innamorato di una fanciulla che gli aveva tagliato la strada senza degnarlo di un’occhiata. Siccome la fanciulla portava al seguito un facchino carico di bagagli, il capitano gli si era avvicinato e si era offerto di aiutarlo.
“Dov’è che si va?” aveva chiesto, arrossendo sotto lo sguardo curioso del facchino.
“Si va al porto” gli aveva risposto quello e aveva visto l’altro impallidire.

 Il capitano si era imbarcato come mozzo senza alcuna esperienza e aveva scoperto solo al largo che si andava in America.
“In America!” aveva ripetuto incredulo, “e che va a fare la signorina fino in America?”
“E che ci va a fare, secondo te?” aveva risposto sprezzante un mozzo appena più grande che si vantava spesso di aver affrontato una tempesta, “Va a raggiungere il suo babbo, no? Va a vivere in una casa con dozzine di stanze, pavimenti di marmo e almeno tre sale da pranzo: e in una di queste c’è un tavolo tanto grande che i camerieri devono salirci sopra per sistemare le portate.” E così dicendo aveva addentato avidamente il suo pane e formaggio.
“Tu come lo sai?” gli aveva chiesto il capitano, ammirando il perfetto equilibrio che l’altro riusciva a mantenere in piedi sul ponte.
“Me l’ha detto lei” aveva mentito quello, “mi ha detto che suo padre è un conte.”
Non c’era a ben vedere una ragione per cui mentisse, si direbbe ch’egli vi era abituato, ecco tutto. In effetti la fanciulla non era che la figlia di un sarto, ma il capitano credette al suo nuovo amico e rinunciò ai tentativi di avvicinarla e rivolgerle la parola; anzi, quando ella compariva sul ponte con un semplice cappello che appariva a suoi occhi molto elegante, si allontanava velocemente deciso a non attirare l’attenzione su di sé. A un giorno dallo sbarco il capitano pensò che non avrebbe mai più rivisto la fanciulla e siccome, l’abbiamo detto, aveva un animo romantico, pensò che se fosse rimasto su quella nave prima o poi l’avrebbe incontrata di nuovo, di ritorno in patria durante una guerra nel Nuovo Mondo, perché sentiva la mancanza delle sue amiche o perché aveva dimenticato in un cassetto quell’anellino a cui teneva tanto.

Così il capitano riverniciò la polena, badando a che sul fondo del secchio restassero tre dita di tintura. Frattanto egli studiava una serie di complicati ghirigori che non fu facile riportare sul pelo del gatto: Ombra continuava a sfuggirgli tra le mani come una saponetta. All’epoca Ombra era un gatto comunissimo, pelliccia a parte, e svolgeva con zelo il compito di acchiappa topi. Rifiutò la promozione a capitano (quando questi perse il senno) e preferì sempre, modestamente, stare sul ponte a guardare la luna con gli occhi chiusi.

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I miserabili, Victor Hugo

Al cader della notte, in un campo nei pressi di Genappe, Bernard e Bertrand afferrarono per una falda del soprabito e fermarono un uomo stravolto, pensoso, sinistro, che, trascinato fin là nella corrente della disfatta, era sceso allora da cavallo e dopo essersi passato le briglie sotto il braccio, con l’occhio smarrito, se ne ritornava solo verso Waterloo. Era Napoleone, che cercava ancora di andare avanti, immenso sonnambulo di quel sogno distrutto.

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